HomeIl metodoFormazione e aggiornamentoSperimentazioneTNP PsicheSomaTerapeuti TNPPubblicazioniContattiVideo FAQ

Il metodo che permette la ripolarizzazione emozionale istantanea di traumi anche molto antichi e profondi, con cambiamento del biochimismo cerebrale rilevabile al Bio-Explorer.

Italian - ItalyEnglish (United Kingdom)
TNP PsicheSoma

Anche se conosciamo ormai da decenni l'influenza che la psiche ha sul corpo non abbiamo forse ancora sviluppato adeguate tecnologie, in grado di sfruttare al massimo queste conoscenze e le loro implicazioni nel processo di guarigione. Nel nostro immaginario collettivo continuiamo a dibatterci nel dilemma del come considerare la malattia: un malfunzionamento del nostro organismo, una sorta di errore da correggere, un nemico da combattere con ogni mezzo, un brutto scherzo del destino malevolo, oppure un messaggio dotato – poiché tale – di un preciso significato.

La TNP PsicheSoma costituisce una variante della Terapia dei Nuclei Profondi, che si pone l’obiettivo di affrontare le radici psichiche, emotive e cognitive, delle malattie del corpo. In passato si è parlato di malattie psicosomatiche, ossia di malattie somatiche la cui origine sarebbe di natura psichica.

In realtà non esistono malattie «psicosomatiche», poiché non esistono malattie «non psicosomatiche». Escludendo i disturbi di origine puramente ambientale (come nel caso di un’intossicazione provocata da agenti chimici, cattiva alimentazione, stile di vita inadeguato, uso di sostanze, ecc.), ogni malattia ha inevitabilmente una «causa» psichica (allo stesso modo in cui ogni problema psichico presenta un versante somatico).

Accade che i processi funzionali somatici influenzano quelli psichici che influenzano quelli somatici che influenzano quelli psichici e così via, all’interno di un circuito riverberante in cui la causalità di natura lineare viene completamente perduta, sostituita da quella circolare propria dei sistemi complessi come appunto l’organismo psicofisico.

Lo si può affermare con assoluta certezza nel momento in cui non si può tracciare una precisa linea di demarcazione tra psiche e soma. Pur trattandosi di due dimensioni alquanto diverse non risulta in alcun modo possibile separarle. Se stiamo sorvolando il confine tra due paesi e sappiamo che di qua c’è l’uno e di là c’è l’altro, pur sapendolo non possiamo vedere il confine che li separa, perché effettivamente non c’è.

Partendo da queste ovvie premesse non si può fare a meno di concludere che la malattia, soprattutto se di una certa gravità, è il risultato del funzionamento dell’intero organismo, nei suoi due aspetti dinamicamente e continuamente interagenti: psichico e somatico.

Quando si considera la malattia come una combinazione di fattori psichici e somatici ci si trova di fronte alla necessità di considerarla dotata di un qualche tipo di significato. Non farlo escluderebbe, infatti, il coinvolgimento della psiche, quale «luogo dei significati». Non si tratta di una questione puramente filosofica, poiché da tale scelta derivano importanti implicazioni sul piano sia terapeutico sia della ricerca medica.

Per quanto riguarda la terapia, se la priviamo di significato non ci resta che cercare di combatterla come se fosse il «nemico della salute». Se decidiamo invece di attribuirle un qualche significato diviene allora necessario coglierlo e utilizzarlo, come se fosse un segnalatore che ci indica qualcosa che per noi è importante conoscere, come nel caso delle spie che si accendono sul cruscotto della nostra auto. Se vogliamo continuare il nostro viaggio sappiamo che è necessario tenerne in debito conto.

Sul piano della ricerca, ignorare la questione del significato della malattia ci spingerà a indagarne la dimensione «molecolare», a procedere verso il «mondo del sempre più piccolo», nello studio dei sempre più raffinati meccanismi cellulari e molecolari. Il considerarla portatrice di un qualche significato aumenterà il nostro interesse anche nei confronti della dimensione «molare», ossia dell’individuo come un tutto. Ecco che il malato diventa importante almeno quanto la malattia.

Dalla cibernetica sappiamo che ogni sistema complesso reca al suo interno un controller, ossia un elemento in grado di controllarlo, grazie al fatto di possedere un maggior numero di possibilità o variabilità rispetto agli altri (ciò in statistica corrisponde ai gradi di libertà).

Il livello di controllo attuato da ogni membro di un dato sistema risulta quindi proporzionale al numero di possibilità di scelta. Spesso i bambini finiscono per manipolare gli adulti con cui sono in stretto rapporto per il fatto di non essere limitati dai loro schemi di pensiero, così come il membro più scaltro di una coppia riesce a condizionare le decisioni dell’altro, quello più ingenuo.

Nell’esercito, c’è un generale che comanda gli ufficiali che comandano i soldati. Possiamo paragonare i meccanismi funzionali che presiedono all’insorgere della malattia agli ufficiali e ai soldati, mentre il controller al generale. Spesso i primi sono ben conosciuti, mentre il secondo rimane nell’ombra.

Nei sistemi sociali animali e umani, la presenza di un controller che presiede al mantenimento di un preciso ordine all’interno del sistema (ordine che ne garantisce l’esistenza come tale) è evidente. Dagli insetti sociali alle società umane esistono membri che svolgono questo compito, proteggendo il sistema dal caos che si potrebbe instaurare sotto l’influenza di fattori ambientali.

All’interno dell’organismo psicofisico umano la presenza di un controller si rende intuitivamente evidente nell’innata tendenza a mantenere costante il tipo di funzionamento del corpo e della psiche, pur in presenza di variazioni climatiche, alimentari, nello stile di vita e di altra natura, che potrebbero produrre la malattia quale fenomeno disfunzionale. Si parla in tal senso di omeostasi. Lo stato di salute è quindi il risultato dell’allineamento di una quantità di funzioni corporee, come accade all’acqua che scorre in un fiume, tutta nella stessa direzione.

La malattia sarebbe, dunque, il segnale di una perturbazione in questa tendenza omeostatica. I molteplici meccanismi funzionali che conducono alla malattia formano, nel loro insieme, una catena causale per cui, partendo dalla malattia quale ultimo anello possiamo, in teoria, giungere fino al primo. Il problema è che se andiamo alla ricerca del primum movens della malattia ci troviamo spesso in un vicolo cieco.

Chiedendoci progressivamente «perché accade?» potremmo concludere che la causa della malattia X è l’alterazione di un certo meccanismo funzionale organico Y, che sta a monte dei vari meccanismi Z1, Z2, Z3, ecc.. Se a questo punto ci domandiamo che cosa ha portato all’alterazione del meccanismo Y potremmo però non trovare adeguata risposta.

Perché ci ammaliamo? Perché proprio a carico di quella funzione o proprio in quell’organo? Perché proprio in quella forma piuttosto che in altre? Perché proprio in quel momento della nostra vita? Perché in coincidenza di certi eventi?

Non siamo forse soliti porci le precedenti domande a proposito delle malattie, tutte connotate dalla ricerca di un ipotetico perché e tutte volte a recuperare il suo significato. Quelle a cui la scienza ci ha abituati appaiono invece imperniate sul come, ossia sull’identificazione dei meccanismi funzionali che presiedono al suo manifestarsi. Tralasciando di chiederci perché finiamo però per mutilare i meccanismi legati al come.

Se avessimo a che fare con una catena, risalendo un anello dopo l’altro avremmo raggiunto l’ipotetico ultimo anello per accorgerci, sconcertati, che questa catena si trova sospesa nel vuoto, senza essere legata a niente. Conoscendo i meccanismi funzionali che presiedono al manifestarsi di una malattia non siamo ancora soddisfatti. Manca, infatti, il perché, nei suoi vari risvolti, si è manifestata.

Nonostante la nostra naturale propensione, che inizia verso i tre anni di età, ci spinga a chiederci perché in relazione ad ogni cosa che non ci piace, ad ogni problemi che ci assilla, ad ogni fenomeno bizzarro, per la malattia facciamo un singolare strappo alla regola: ci accontentiamo del come.

Riportando queste considerazioni all’esercito, restando ancorati al come non riusciamo a trovare il generale che ha dato ordine di attaccare, ossia la forza che ha turbato la naturale tendenza omeostatica che dovrebbe garantire lo stato di salute, forza che ha agito sul controller dell’intero sistema soverchiandolo.

Se i soldati – ossia i meccanismi funzionali associati alla domanda «come si produce la malattia?» – hanno ricevuto l’ordine di attaccare lo faranno e quindi dovremo affrontare anche loro. Ma se nel frattempo abbiamo scoperto e neutralizzato o reso nostro alleato il generale, sapremo che non riceveranno più tale ordine.

Una prima interessante osservazione che possiamo fare in merito alla distinzione tra malattia come fenomeno dotato di significato e non è che la cultura a cui apparteniamo, figlia dell’Illuminismo e della rivoluzione industriale, è l’unica ad averle sottratto ogni significato.

Nelle culture tradizionali la malattia è considerata l’effetto della trasgressione di una regola sociale o religiosa, dell’infrazione di un tabù, della possessione da parte di un demone o di uno spirito. Questi retaggi di una mentalità magica e superstiziosa sembravano essere del tutto abbandonati quando Freud, studiano alcuni disturbi funzionali (quali certe forme di cecità, paralisi, anestesia), scoprì la loro radice psicogena, ossia un preciso significato sul piano emozionale e relazionale, definendoli sintomi di conversione isterica.

Negli anni Trenta la PNEI (Psico-Neuro-Endocrino-Immunologia), la nuova branca della moderna medicina iniziata con l’ormai storica ricerca che Selye sullo stress, ha chiarito che sul piano funzionale i fenomeni psichici, il sistema nervoso, quello endocrino e quello immunitario si trovano integrati in una rete comune. La PNEI definisce la malattia «un’alterazione dell’equilibrio e della comunicazione tra il sistema nervoso, endocrino e immunitario».

Quando si parla di «psiche», dal greco alito, respiro, anima, si parla prima di tutto di emozioni. Le nostre emozioni e in generale ciò che proviamo – includendo quindi anche le sensazioni legate ai nostri bisogni – sono le forze che ci animano, che muovono nel bene e nel male il nostro comportamento e che agiscono quindi – come ha chiaramente mostrato la PNEI – anche all’interno dell’organismo psicofisico.

Sappiamo bene cosa le persone possono fare quando sono mosse da intense emozioni: i gesti più nobili così come le azioni più atroci. Ma anche dietro a comportamenti apparentemente privi di ogni emozione giacciono pur sempre i valori, ciò che per noi è importante, una sorta di convinzioni cariche emotivamente.

Se consideriamo le emozioni come «forme di energia psichica», in ottemperanza al primo principio della termodinamica, o principio di conservazione dell'energia, dobbiamo concludere che esse non si creano poiché sono innate (costituendo parte del corredo di cui la natura ci ha fornito per adattarci al nostro ambiente) e non possono nemmeno essere distrutte. Sappiamo bene cosa accade quando cerchiamo di negare o rifiutare uno stato emozionale profondo: spesso ce lo portiamo dentro per tutta la vita!

Il principio di conservazione dell'energia è il più importante delle leggi di conservazione note in fisica. Nella sua forma più intuitiva questa legge afferma che, sebbene possa essere trasformata e convertita da una forma all'altra, la quantità totale di energia di un sistema isolato è una costante, ovvero il suo valore si mantiene immutato con il passare del tempo.

Se l’energia non può essere distrutta può quindi essere trasformata. La domanda allora è: «quali forme può assumere l’energia emozionale nel momento in cui non viene adeguatamente elaborata?». Tale domanda si rivelerebbe importante soprattutto nel caso di situazioni traumatiche, in cui emergono stati emozionali particolarmente intensi, profondi e spiacevoli, ossia viene messa in moto una rilevante quantità di energia psichica.

È oltremodo evidente che ciò può essere fatto solo applicando una qualche forma d’intelligenza. Nel prodursi di una malattia considerata come messaggio, un certo ammontare di energia emozionale verrebbe quindi utilizzato da una qualche forma di intelligenza per modulare diversi meccanismi funzionali secondo una precisa sequenza.

Per rispondere adeguatamente occorre chiarire cosa si debba intendere per sistema isolato in riferimento all’organismo umano e per adeguata elaborazione di un’emozione. In realtà, la risposta a entrambe le domande giace nella radice etimologica latina di «emozione», ossia emotus, participio passato di emovère, che significa «portar fuori».

Quando le emozioni emergono tendono quindi ad essere portate fuori, ossia espresse, manifestate, comunicate. Se, sotto l’influenza della cultura piuttosto che di fattori sociali o ambientali, ciò non avviene, per quanto riguarda questa forma di energia l’organismo psicofisico funzionerebbe come un sistema isolato. La quantità totale di energia si manterrebbe costante anche se la sua forma tenderebbe a cambiare.

Una malattia somatica può essere costituita dalla semplice alterazione di meccanismi funzionali, oppure da un’alterazione organica. È come se il corso del fiume, per quel tratto che corrisponde alle funzioni alterate, fosse bloccato o fatto deviare. In fisica si parla di lavoro, per compiere il quale è necessario l’impiego di una certa quantità di energia.

Si tratta di una possibile risposta alla precedente domanda, «quali forme può assumere l’energia emozionale nel momento in cui non viene adeguatamente elaborata?». Il fattore emozionale costituirebbe il primum movens, il primo anello della catena processuale che finisce con il prodursi di un disturbo funzionale od organico.

Per giunta esso costituirebbe il significato della malattia. Non a caso significato e senso appaiono concetti analoghi e senso mostra la stessa radice etimologica di sentire. Inoltre, patologia deriva dal greco pάthos, ossia affetto, dolore, emozione, sofferenza, passione, patimento. Se non basta, quando parliamo di malattia diciamo che qualcuno ne è affetto. Diventa dunque chiaro il legame esistente tra emozioni e salute.

Facendo riferimento agli stati emozionali non adeguatamente elaborati, le domande che prima apparivano senza risposta – Perché ci ammaliamo? Perché proprio a carico di quella funzione o proprio in quell’organo? Perché proprio in quella forma piuttosto che in altre? Perché proprio in quel momento della nostra vita? Perché in coincidenza di certi eventi? – possono finalmente riceverla.

Di recente, attraverso il metodo chiamato Bio-Explorer, che permette l’individuazione strumentale dei processi biochimici delle aree cerebro-spinali e somatiche, la strettissima correlazione tra stati emozionali, il quadro biochimico cerebrale e somatico, la predisposizione funzionale all’insorgere delle varie malattie ha ricevuto adeguato supporto sperimentale.

In forza del suo significato la malattia costituirebbe, dunque, una forma di comunicazione in termini di linguaggio di funzione e linguaggio d’organo. Entrambi rimandano a un codice di corrispondenze anticamente rilevate dalla medicina cinese, così come oggi sono riflesse da molte frasi idiomatiche che interessano il corpo.

Alcune rimandano a malattie funzionali, come nel caso di «Vivere un rapporto soffocante» (problemi al sistema respiratorio), «Ingoiare un rospo» (problemi alla digestione), «Non vedere più in là del proprio naso» (problemi alla vista), altre a malattie organiche, quali «mangiarsi il fegato dalla rabbia» (problemi epatici), «Avere il cuore duro» (problemi cardiaci), «Avere un nodo alla gola» (problemi alla gola), «Essere paralizzati dalla paura» (problemi all’apparato motorio).

Tali corrispondenze indicherebbero il significato simbolico della malattia, ossia quello generale, applicabile indifferentemente a tutti gli individui che da essa sono affetti. Accanto a questo significato ve ne sarebbe uno personale, che s’identifica con gli stati emozionali che la malattia trascina con sé e con le peculiari caratteristiche della situazione traumatica in cui essi ebbero origine.

La questione della malattia come messaggio rimanda a che cosa considerare «malattia»? Gli aspetti nascosti, come i meccanismi funzionali alterati, o quelli apparenti, ossia il sintomo o l’alterazione organica?

Ciò che conta in un messaggio è che venga recepito, il che richiede il coinvolgimento della consapevolezza. Nell’identificare il messaggio che la malattia recherebbe occorre forse privilegiare il criterio vista fenomenologico, per cui la malattia è ciò che appare al malato, ossia ciò che questi considera tale al di sotto dell’etichetta diagnostica attribuita dal medico.

Nell’ambito di una corrispondenza mente-corpo può comunque essere utile pensare che ogni fenomeno psichico può avere un correlato funzionale o organico, come se tra i due piani esistesse un legame implicito e continuamente operante (vedi sempre la medicina cinese).

Questo legame viene evidenziato in particolar modo dalle emozioni, che si collocano su un duplice piano: del vissuto psicologico e dei loro correlati biochimici. Se consideriamo emozioni primarie quali paura e rabbia, esse appaiono biologicamente correlate rispettivamente all’adrenalina e alla noradrenalina.

Le emozioni sono quindi a cavallo dei due mondi, psichico e somatico, rappresentando il ponte che colma il salto quantico tra materia ed energia. Così come esistono ben note correlazioni tra specifiche emozioni e specifiche molecole, potrebbero esisterne tra qualsivoglia funzione psichica e somatica.

Se ammettiamo che la malattia rechi un significato e che quindi costituisca un messaggio rivolto alla consapevolezza del malato, al concetto di energia in grado di produrre un lavoro dev’essere necessariamente associato a quello di intelligenza. Si tratterebbe, infatti, di ciò che Aristotele chiamava causalità finale, il che significa partire dal risultato che s’intende raggiungere procedendo a ritroso (visione teleologica).

Tornando all’esempio del fiume, nel momento in cui decido di deviarne il corso devo iniziare a costruire nuovi argini o addirittura una diga se intendo bloccarlo. Mentre lo faccio sono guidato dall’idea che voglio realizzare (ad esempio ottenere un bacino di raccolta o irrigare un terreno privo di risorse idriche), per cui devo procedere in un certo modo, sulla base di un progetto suddiviso in diverse fasi di realizzazione.

È oltremodo evidente che ciò richiede intelligenza. Nel prodursi di una malattia considerata come messaggio dotato di significato, un certo ammontare di energia emozionale verrebbe quindi utilizzato da una qualche forma di intelligenza, per modulare diversi meccanismi funzionali secondo una precisa sequenza.

Giunti a questo punto dobbiamo necessariamente introdurre altri concetti, che nel caso della malattia si rivelano in verità piuttosto inquietanti: quelli di volontà e intenzionalità. L’intelligenza è, infatti, mossa dalla volontà o appunto dall’intenzione di procedere in direzione della malattia, modulando i meccanismi funzionali che presiedono al suo insorgere.

Sempre nell’esempio del fiume, se scorgo un cantiere per la costruzione di nuovi argini o di una diga, non penserò certo che non ci sia nessuno che l’ha allestito! Si tratta di un lavoro che implica l’impiego di risorse da gestire con intelligenza, attraverso successive fasi di realizzazione e in direzione di un preciso risultato.

Ecco che possiamo iniziare a tirare qualche somma. La malattia – soprattutto quella grave – non sarebbe, dunque, il risultato di un malfunzionamento o errore dell’organismo, né di un brutto scherzo della natura o del destino malevolo. Un po’ come nel caso del regime politico di un paese, si tratterebbe di una sorta di colpo di stato, per cui il controller che garantiva lo stato di salute viene spodestato da un altro, che si pone come obiettivo instaurare la malattia.

Quanto affermato finora ci conduce all’altrettanto inquietante conclusione che una sorta di regista interno possiede la conoscenza implicita (vedi il concetto d’intelligenza) dei meccanismi funzionali corporei non ché il potere di manipolarli a piacimento in modo da produrre la malattia. Volontà e intenzionalità in direzione della malattia non possono certo riferirsi al paziente, che certo fa di tutto per star bene! Ma allora, cosa o chi dobbiamo cercare?

Spesso ascoltiamo le persone che parlano in termini di «c'è una parte di me che mi spinge a ... mentre un'altra vorrebbe che ...», «in quel momento era come se non fossi più me stesso», «è stato come se fossi un'altra persona», «qualcosa dentro di me ha preso il sopravvento» e via dicendo.

Se consideriamo questi tipici modi di dire non come semplici modi di dire ma come indicatori linguistici di una realtà subconscia (se cioè li «de metaforizziamo»), essi ci segnalano l’esistenza di parti della personalità. A volte queste parti possono rivelarsi molto potenti, veri e propri nuclei di consapevolezza e di deliberazione sorti in coincidenza di traumi infantili mai elaborati.

In questo complesso quadro le emozioni spiacevoli, il nocciolo delle situazioni traumatiche, costituirebbero l’energia che muove tutto il processo. Ecco che il regista – o controller – appare il depositario di quest’energia che sa impiegare in modo intelligente per realizzare quel progetto che è la malattia.

Fino ad oggi, nella comprensione e nella cura delle malattie non abbiamo tenuto sufficientemente conto del fattore regia, che nell’ipotesi della malattia come fenomeno dotato di significato ricoprirebbe il ruolo prioritario.

Se, infatti, la terapia, qualunque essa sia, non tenesse debitamente conto di tale volontà rischierebbe di essere in qualche modo e misura neutralizzata, oppure, nel momento in cui avesse pieno successo, rischierebbe di innescare un processo di sostituzione della precedente malattia con un’altra, quale nuovo messaggio.

Se voglio veramente comunicare qualcosa prima mando una e-mail, se ad essa non viene risposto posso fare una telefonata, se nessuno risponde al telefono allora imbuco una lettera, se ancora non ottengo risposta allora vado fino al domicilio della persona interessata e mi attacco al campanello.

La Terapia dei Nuclei Profondi, o TNP, si rivolge alle parti della personalità, appunto i nuclei profondi, che si rivelano carichi delle emozioni spiacevoli scaturite da antichi traumi. L’accumulo di energia emozionale non elaborata, emersa nel corso delle varie situazioni traumatiche infantili avverrebbe all’interno di quel nucleo di personalità che in TNP prende il nome di «Bambino rifiutato».

Si tratta del contenitore immateriale, psichico, dell’antica sofferenza, alla ricerca di riconoscimento, accettazione e comprensione, in una parola di accoglimento. La sua carica energetica risulterebbe a volte talmente potente da produrre sintomi sia psichici che somatici. Ecco come la malattia, soprattutto quella grave, invalidante, capace di segnare la vita del malato, costituirebbe la metafora delle situazioni traumatiche infantili.

Trovando totalmente preclusa la possibilità di soddisfare il bisogno di accoglimento, il Bambino rifiutato troverebbe la strada del corpo, producendo proprio quella malattia che si rivela espressione dell’antica sofferenza. La realtà dimensione costituirebbe, dunque, l’ultima spiaggia per attuare il tentativo di raggiungere la consapevolezza della persona adulta, al fine di soddisfare quel bisogno.

L’azione dei nostri nuclei profondi può creare le condizioni per l’insorgere di patologie psichiche, così come di quelle somatiche. In quest’ultimo caso, le emozioni infantili derivanti da esperienze traumatiche non sono state accolte nella consapevolezza, ma sono rimaste come energia fluttuante alla ricerca di adeguato accoglimento.

Sulla base di questa visione dell’assetto del mondo interno del paziente si può elaborare un protocollo d’intervento sulla malattia che prenda le mosse proprio dall’idea di regia, che implica quella di consapevolezza e d’intenzionalità. Su tali premesse si basa la TNP PsicheSoma.

L’intento è allineare la realtà psichica del paziente all’intervento sul piano somatico, al fine di stimolare al massimo le sue risorse profonde e amplificare gli effetti benefici attraverso l’alleanza con i nuclei profondi.